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IL TRIUMVIRATO. LA MISSIONE: SALVARE NAPOLEONE — A. Gricenko, N. Kalinčenko, A. Ščerbak-Žukov

Il conte sbadigliò, gettò uno sguardo attraverso la finestra aperta, intinse la penna nel calamaio e si accinse a scrivere.

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Quando lavorava, Lev Nikolaevič si concentrava sempre oltre ogni misura, parlottava tra sé, strizzava gli occhi, curvava le spalle e si rimpiccioliva, cosa che appariva alquanto bizzarra vista la sua costituzione corpulenta. Sembrava che lo scrittore avesse intenzione di spingersi dentro il riquadro giallognolo del foglio, come se il foglio stesso rappresentasse una finestrella segreta aperta verso un meraviglioso mondo sconosciuto. Tolstoj era ben consapevole della sua particolarità. Ma quella vecchia abitudine, che aveva assimilato sin dagli anni di studio nell’odiata bursa[1] di Kazan’, non voleva andarsene.

Per prima cosa il conte tracciò con cura a caratteri cubitali il titolo: «Definizione degli obiettivi per la giornata». Si fermò per un attimo a riflettere, poi riprese a scrivere:

  1. Fare un’abluzione con acqua ghiacciata.
  2. Prendere il tè sulla veranda.
  3. Ordinare a Dimitrij di sistemare lo steccato attorno al pascolo.
  4. Camminare a piedi per almeno una versta[2] fino al fiume.
  5. Fare un bagno nel fiume.
  6. Annaffiare l’Alberello Sefirot.
  7. Rinunciare alla carne per pranzo ma, se fosse servita la pernice, non ostinarsi troppo.
  8. Dopo il pranzo sonno pomeridiano, poi abluzioni.
  9. Lavorare su G e P (!uccidere Napoleone!).
  10. Convertire tre contadini all’armonia interiore.

A questo punto Lev Nikolaevič si accigliò, liberò il dito dal pugno massiccio poi, chissà perché, fece un gesto di minaccia al proprio riflesso nella lucida superficie di un enorme samovar[3]. Poi cancellò con un tratto di penna la parola «tre» e ci scrisse sopra «non meno di una dozzina». Poi aggiunse: «Se non si convertiranno saranno fustigati».

Divenne pensieroso. Il piano gli pareva buono ma era troppo saturo. Anche perché verso sera avrebbe dovuto presentarsi, trascinandosi, fino da Birjukovka Savva Timofeevič e con lui avrebbe dovuto sicuramente, se è vero che due più due fa quattro, tenere il banco. Ciò avrebbe comportato il bisogno di impartire delle disposizioni riguardo al vino e al tabacco e poi al cibo da servire e tante altre cose. Inoltre il tempo stringeva. Bisognava rinunciare a qualcosa. A prima vista il romanzo sembrava la cosa più importante ma proprio a questo punto apparvero dinanzi al conte, realmente i contadini, privi di armonia e cupi e la faccenda si risolse. Tolstoj tracciò, partendo dal punto nove, una linea panciuta, coronata da una freccia e ci mise sotto la scritta «Il Triumvirato». Poi si alzò e uscì fuori. Dietro al conte si mise in cammino anche il samovar, trainato dalla forza di due robusti servi.

Lev Nikolaevič entrò nel cortile, si liberò dalla vestaglia rimanendo come mamma lo aveva fatto, prese una tinozza piena d’acqua dalla sorgente e se la rovesciò addosso emettendo un acuto «Ah!». Poi si asciugò interamente, indossò una camicia di foggia contadina, dei pantaloni di panno e gli stivali. Il conte girò attorno alla tenuta seguendo il sole, passò sotto i vecchi peri e si ritrovò in un cortile nascosto dove ad aspettarlo, seduti a tavola, c’erano i membri del triumvirato. Sul tavolo c’erano uova sode, patate, cipolla, kvas[4] e una bottiglia iniziata di vodka, cosa che induceva a pensare che l’attesa si fosse già protratta per un certo lasso di tempo. Alla vista del padrone i tre uomini schizzarono in piedi e, all’unisono, salutarono Lev Nikolaevič con l’augurio: «Salute!». Si rivolgevano a lui chiamandolo “Sua Suprema Eccellenza”. Questo era dovuto al fatto che al momento, nel romanzo[5], si stava svolgendo la guerra e Tolstoj esigeva un entourage militare.

Il conte esaminò la sua guardia segreta. Nelle sue immediate vicinanze stava il governante St.-Thomas, un vecchio magrissimo dai capelli grigi, un naso lungo e un mento ostinato. Al governante apparteneva, nel romanzo, la maggior parte del testo in francese: il conte sapeva sufficientemente esprimersi e leggere nella lingua di Rousseau ma era categoricamente restio a usarla per iscritto. Accanto al francese si era sistemato Tichon, una volta servo della gleba ma attualmente maestro nella scuola per i figli dei contadini, un uomo scaltro e caustico, un vero maestro di intrighi di ogni genere e di fortuiti meandri di ogni trama. All’estremità opposta del tavolo si ergeva Stepan Sagajdaš: un vecchio conoscente del conte dai tempi delle vicende del Caucaso. Sagajdaš rimaneva, anche nella letteratura, un cosacco temerario, amava descrivere le battaglie e il valore militare. Grazie al suo apporto la versione letteraria della battaglia di Austerlitz stava quasi per sfociare nella vittoria degli alleati. Ma Lev Nikolaevič non permise alla sua creatività di allargarsi. Rammentò a Stepan la veridicità storica e riscrisse la scena.

I tre aiutavano il conte in ciò che lui chiamava con la parolina «progetto».

«Ebbene, signori miei, la disposizione è questa», Lev Nikolaevič prese una grande patata e la mise in mezzo al tavolo. «È arrivato il momento per il signorino Pierre di compiere l’attentato a Bonaparte».

«La faccenda non è tra le più facili. È troppo importante il momento», Tichon si accarezzò la barba, poi guardò i compagni. Gli uomini annuirono di comune accordo. «Dovreste farlo voi, batjuška[6] Lev Nikolaevič».

«Non voglio sentire altro!», si accigliò lo scrittore. «Sbrigatevela da soli, io ho da fare».

«E a chi tocca l’onore d’intrecciare il filo della trama, maître?» fece, incuriosito, il francese.

«Sistematela tra di voi», tuonò l’eroe di Sebastopoli.

«Si potrebbe allora questo Buonpartito, insomma…», strizzò l’occhio con fare da cospiratore Sagajdaš, «ammazzarlo… Petruša potrebbe pugnalarlo. Oppure sparargli con una pistola».

Il conte diventò pensieroso, alzò gli occhi verso il soffitto, poi si grattò alla radice della barba e solo dopo proferì:

«Questo dipende, signori miei, da come si snoda la trama. Ad ogni modo, pensateci voi».

«Ma non è poi così… Potrebbe rivelarsi una cosa contraria ai fatti storici», guardò allarmato il timoroso Tichon, prima Sagajdaš, poi il conte.

«La verità dell’arte e la verità della vita sono due cose distinte e talvolta incompatibili. Vivono secondo leggi diverse…», il conte si grattò il collo ricoperto di peli e poi aggiunse, a voce bassa, come se stesse parlando a se stesso «Dovrei annotarmelo. Adesso non lo capirebbe nessuno, ma tra un centinaio d’anni, forse, potrebbe anche servire a qualcuno».

Continuando a meditare il conte si girò e, senza salutare, uscì in giardino.

 ***

Percorrendo un sentiero ben curato il conte si ritrovò accanto all’alberello prediletto. Lev Nikolaevič aveva piantato questo giovane amareno con le proprie mani un paio di anni fa. La primavera scorsa l’alberello era visibilmente cresciuto, aveva disteso ampiamente i suoi flessuosi rami. Eppure una volta non era altro che un misero alberello con il fogliame appassito e pieno di polvere. Il conte l’aveva notato vicino alla palizzata di una delle izbe[7] contadine. Il giovane e poco avvenente alberello se ne stava di sbieco, lontano dal portone, forse destinato alla vendita oppure semplicemente allo smaltimento nella buca di compostaggio. Qualcosa d’inspiegabile aveva stretto il cuore di Lev Nikolaevič costringendolo a fermarsi. Aveva chiamato i padroni ed era uscita una donna con una gonna rattoppata con sciatteria e tirata su fin sotto le ascelle.

«Che cos’è questo alberello?»

«È un amareno», era stata la risposta.

«Quale specie?» aveva chiesto il conte in maniera erudita.

«Quella da mordere», aveva biascicato la donna.

«Ci credo che è buona da mordere ma la specie, qual è?», non si accontentava Lev Nikolaevič.

«È quello che le sto dicendo: la sua specie è amarena da mordere!» aveva spiegato la donna quasi sillabando, come se stesse parlando a un bimbo.

Il conte si era messo a ridere di gusto e poi prese l’alberello. Era stato Lev Nikolaevič in persona a scegliere per l’alberello un posto nel suo giardino, a piantarlo e ad annaffiarlo regolarmente chiamandolo, chissà poi per quale motivo, l’Alberello Sefirot. Era successo proprio nel periodo in cui il conte aveva cominciato a seguire le sue lezioni di lingua ebraica e di fondamenti di cabala con il rabbino Minor: le parole che suonavano strambe all’orecchio russo divertivano Lev Nikolaevič che cercava di adattarle, probabilmente per ricordarle meglio, alla vita di ogni giorno. Così l’amato amareno era diventato l’Alberello Sefirot.

Lev Nikolaevič si chinò con un lieve ansimare e annaffiò la base del tronco con dell’acqua usando l’annaffiatoio da giardino, poi sfiorò le flessuose foglioline dal colore verde scuro, simile all’acqua di uno stagno. Il conte agitò amorevolmente il fogliame dell’amareno come fossero stati i capelli arruffati sulla testa di un bambino.

«Eh, eh…», sussurrò soddisfatto Lev Nikolaevič. «Alberello Sefirot».

Dopo aver concluso la sua brevissima conversazione con la pianta prediletta, il conte le voltò le spalle e si avviò per la strada di ritorno verso la tenuta.

Poiché il conte aveva concesso al terzetto di scrittori tempo fino al mattino seguente, questi decisero di mettersi al lavoro immediatamente dopo la sua partenza. Il francese portò della carta per scrivere, delle penne e dell’inchiostro.

«Sentite un po’, cari signori. C’è poco da fare. Bisogna cominciare. Il nostro Pierre è ormai a Mosca, nel suo appartamento, in poche parole… Bolkonskij è ferito, Nataša gli sta accanto senza lasciarlo un minuto», Tichon, avvezzo alle fatiche, distese di fronte a sé un foglio.

«Comincia pure, amico Tichon», annuì Sagajdaš e si versò da bere dalla bottiglia nel suo bicchierino da campo. «Tu parti con Andrej e i Rostov, noi ormai ci aggregheremo più avanti».

«Io, con il vostro permesso, vorrei scrivere dell’Imperatore. La seconda linea procede normalmente, n’est-ce pas?» anche St.-Thomas aveva disposto di fronte a sé un foglio.

«Che il Signore vi aiuti. Al momento lasciate Petruška a me», il cosacco buttò giù il bicchierino e diede un morso a una cipollina verde. Ben presto dormiva in pace, liberamente disteso sull’erba, sotto l’ombra dei vecchi peri.

Il russare di Stepan non infastidiva Tichon: astrattosi in se stesso da ogni cosa esterna, si era mentalmente trasferito a Mosca, dove si sentiva l’odore del fumo ed era settembre…

Il buon Tichon stava cercando di svegliare il cosacco con dolcezza. Solo che non per questo Sagajdaš si sentiva meglio.

«Batjuška, Stepan Timofeevič» stava sussurrando il contadinotto, tirando timorosamente, un colpetto dopo l’altro, per il colletto il cosacco. «È tanto che vi state risposando… Bisognerebbe cominciare il lavoro».

Il cervello di Stepan fu come trafitto da due aghi d’argento, dal collo fino alla nuca. E tutto il contenuto di esso si accese di lontano fuoco antelucano, come nell’ora che precede l’alba.

Emise un «Uh…» aggiungendo poi qualcosa di totalmente indistinguibile, ma lievemente assomigliante alla locuzione «porco cane».

Tichon, visto che la zoologia non era il suo forte, non diede ascolto al borbottio di Sagajdaš e continuò ancora.

«Levatevi, è ora…»

«Uh…» ripeté il cosacco schietto. «Lo diceva mia nonna: «Non dormire al tramonto!» ma io non le davo retta».

«E che cosa soleva dire vostra nonna?» chiese sinceramente incuriosito Tichon.

«Diceva che la testa mi avrebbe fatto male, ecco cosa».

«La testa vi fa male, batjuška, perché avete esagerato con la gorilka[8]».

«Macché…» insisteva Sagajdaš. «La gorilka fa solo bene. La testa mi fa male proprio perché mi sono lasciato andare a dormire al tramonto… E nessuno me l’ha impedito…»

«Noi, mio caro signore», mormorò tra i denti con le labbra strette l’offeso Tichon, «abbiamo scritto ormai tutto quanto su Andrej e Nataša, anche su Pierre abbiamo scritto qualcosa in brutta… A voi, collega, non rimane altro da fare che improntare tutto di colore attraverso dettagli e particolari».

«Questa sì che è buona…», buttò fuori l’aria Stepan riprendendosi completamente. «E va bene… Qua i fogli, datemeli. Voi invece andate a dormire. Ci penso io. In combattimento abbiamo affrontato ben altre avventure!»

Ma Tichon, pur essendo buono, era intelligente così preferì la ritirata lasciando il guerrafondaio a quattr’occhi con i fogli riempiti di parole scritte.

Per quanto tremendo apparisse alla contessa il pensiero che il principe Andrej potesse (con molta probabilità, a quanto diceva il dottore) spirare durante il viaggio tra le braccia della figlia, non era in grado tuttavia di contrastare Nataša. In seguito al riavvicinamento stabilitosi ormai tra il principe Andrej così ferito e Nataša, balenava a tutti, , il pensiero che, in caso di guarigione, i loro antichi rapporti di fidanzati dovessero rinnovare; ma nessunoe meno di tutti Nataša e il principe Andrejparlava di questo; linsoluta questione di vita o di morte, incombente non solo su Bolkonskij, ma sulla Russia intera, teneva in disparte ogni altra considerazione.

«Bene, bene…» non faceva altro che bisbigliare Sagajdaš via via che ispezionava i fogli riempiti di scrittura dai suoi colleghi. «Ma che bravi, ce l’hanno messa proprio tutta… Niente da aggiungere, niente da eliminare… Hanno azzeccato tutto quanto…»

             … Pierre, la mattina del 3 settembre, si svegliò tardi. La testa gli doleva; i panni con cui aveva dormito, senza svestirsi, gli davano impaccio alla persona; e nell’intimo, sorda, gli stava la coscienza di qualcosa di vergognoso, compiuto da lui il giorno avanti…

«Puah!» Fu l’unica espressione che uscì di bocca a Sagajdaš, immediatamente seguita da una smorfia.

Il cosacco si passò nervosamente sulla nuca il largo palmo della mano. Nessun sollievo. Fu, invece, con gesto più consapevole che scosse il lembo del suo abito. Si sollevò della polvere ma il vestito, con cui aveva dormito sotto l’albero, non divenne più pulito. Quanto all’anima, Sagajdaš preferì non soffermarcisi, in quel momento.

«No, così non va», borbottò il cosacco sotto i baffi. «Deve ammazzare Buonpartito, invece lui… che fa… dorme al tramonto… Non si fa così… Bisogna fare in un altro modo…»

Cercando ostinatamente di superare il dolore, Sagajdaš si mise a depennare le righe dei suoi colleghi e a scriverne sopra altre, nuove…

…L’orologio indicava le ore undici ma fuori, nel cortile, il tempo sembrava particolarmente cupo. Pierre si alzò, si strusciò gli occhi e, alla vista di quella pistola con l’impugnatura intagliata, quella che Gerasim aveva di nuovo messo sulla scrivania, si ricordò dove si trovava e che azione aveva davanti a sé da compiere in questo giorno.

Si alzò vigorosamente dal letto in un balzo e in un istante aveva fatto una decina, o forse anche due o tre, di piegamenti sulle gambe. Rigenerato dopo il sonno tese le braccia di fronte a sé all’altezza e alla larghezza delle sue spalle e iniziò a fare delle rotazioni energiche del busto. I muscoli plasmati mandavano un freddo riflesso alla luce grigia del giovane giorno, come se fossero stati fusi dall’acciaio. Lanciando un sorriso gioioso verso l’astro, nascosto dietro le nuvole, Pierre si lasciò cadere in avanti sulle braccia, fece quaranta flessioni, spiccando un balzo a ogni alzata e battendo le mani di fronte a sé. Poi eseguì alcune distensioni per ciascun braccio.

Mentre compieva il rito mattutino della ginnastica, Pierre ripassava mentalmente i mesi passati nei sotterranei del castello di Tintagel, in Cornovaglia. Là le rovine apparentemente abbandonate avevano sotto di sé un complesso sistema di rifugi, saloni, corridoi, costruito dai gesuiti e adibito dall’Ordine dell’Alba Dorata ai propri bisogni. Pierre vi era arrivato con il corpo flaccido e appesantito dagli accumuli di grasso, afflitto dalla miopia, dall’affanno, dalla sudorazione delle membra e nel costante desiderio di sdraiarsi. L’unica cosa che lo costringeva a muoversi e ad agire allora era la brama, sincera e appassionata, che scaturiva dai meandri più profondi del cuore, di eliminare Napoleone Bonaparte.

L’agente dell’Ordine si era presentato a Bezuchov quando era ancora a Parigi. Un nano con un cappello a cono in raso e una giubba arabescata si era staccato all’improvviso dalla chiassosa folla carnevalesca che faceva vibrare l’aria umida degli Champs-Élysées per avvicinarsi a un russo solitario rimasto immobile sotto i pruni in fiore. Aveva chinato la testa, già bassa, guardandolo negli occhi.

«Desiderano parlarvi, mon ami» aveva detto afferrando Pierre per il braccio nel bel mezzo della danza pagana. Corvine e cremisi, smeraldo e oro, si erano slanciate in alto, di fronte a Bezuchov, le vesti da festa dei parigini. I galli dai becchi aguzzi, i demoni orientali dai molti occhi e i pesci dai lunghi baffi si erano improvvisamente fatti largo, rivelando l’occhio del ciclone: una radura di quiete all’interno del tripudio di colori. Là, seduta su uno sgabello a un elegante tavolino bianco, stava immobile la Morte. L’abito di Tanato era nero: pareva che spuntasse dal terreno fertile arato dai vermi. La lama della falce scintillava con rapacità e senza illudere. Accanto all’Angelo del Crepuscolo c’era una sedia libera e Pierre, rabbrividendo dentro, vi si era sistemato alla meno peggio. Il nano aveva messo sul tavolo, seduta stante, una brocca col vino e ne aveva versato il succo color rubino nelle coppe. Poi aveva avuto inizio la conversazione. La Morte discorreva con Bezuchov in lingua russa. La voce sonora e forte si sollevava come una campana a stormo nella testa del conte. Ben presto aveva cominciato a rispondere, rapito dal colloquio. Si parlava del ruolo dell’uomo nella storia e di come, nel corso degli anni, si erano andate a formare delle sottilissime catene di interrelazioni che avevano generato il miracolo di progresso e civilizzazione. E adesso, questo edificio che era stato in costruzione per così tanto tempo, sarebbe potuto crollare a causa di un solo indegno.

«Il còrso», aveva annunciato la Morte, «è nemico dell’umanità. Avanza come un elefante impazzito nella foresta fitta. Senza scopo, senza senso, senza distinguere la strada. Demolisce i capisaldi, rovescia le tradizioni. I suoi ufficiali di Guardia occupano gli antichi luoghi sacri della Fede per sistemarci delle scuderie e lavano i loro visi sporchi nei fonti battesimali. Un nuovo Attila, un barbaro senza ideali. Deve essere spodestato».

Sarà stato l’effetto del vino oppure della forza che gorgogliava nella voce del mascherato, ma ogni parola enunciata dalla Mietitrice trovava nell’animo del signorino russo un terreno fertile. La personalità di Napoleone lo eccitava e, come spesso accade con gli oggetti che suscitano l’attenzione dell’anima, l’interesse e l’ossessione benevola si erano trasformati nell’odio più nero. Infiammato dalle parole dello sconosciuto con la falce, Pierre si era ormai convinto della necessità di una punizione fisica per l’imperatore.

«Sì!» aveva lanciato finalmente un grido appassionato. «Il barbaro deve essere sconfitto!»

«Giusto», la Mietitrice si era alzata incombendo su Bezuchov, un fantasma color carbone sullo sfondo dei cieli tinti di albicocca. «Tu sei stato prescelto per farlo!»

«Io?» gli occhiali di Pierre si erano appannati per l’ansia e dovette toglierli. Tutto attorno era diventato immediatamente sfumato e confuso. «Ma io non sono pronto. Io… io non so nemmeno sparare».

«Il tuo stato attuale non è essenziale. Potrebbe mai un albero oppure un minerale colpire un cavaliere cinto d’armatura? Ma ecco che il ramo è tagliato e la corteccia è tolta, l’essenza mortifera del metallo è stata convocata dalla terra, fusa in altra forma e temprata. E le piume di un uccello selvatico sono state raccolte al fine della causa. Così nasce la freccia, senza neanche sapere fino in fondo a che cosa sia destinata: è pronta a trafiggere la pesante corazza per colpire il corpo».

Allora Pierre aveva sospirato e deciso di lasciarsi andare al potere dello sconosciuto con tutto il fervore che solo l’ardente giovinezza può dare all’uomo.

In seguito ci furono degli incontri segreti, delle celle e dei sotterranei attraverso i quali Pierre veniva condotto con gli occhi bendati. La luce delle lanterne dei briganti nel cuore di una notte piovosa. Una corsa folle a cavallo per una strada tortuosa. Un paio di volte Pierre aveva rivisto il memorabile nano, ma non aveva mai più udito la voce sonante di Tanato. E solo quando vide innalzarsi dalla nebbia mattutina le bianche scogliere di Dover capì che stava per essere portato in Inghilterra.

A Tintagel al conte fu insegnato a sparare e orientarsi nelle armi, combattere con spada, sciabola e pugnale. Dopo di che apparve, dal buio delle segrete la vecchia scozzese, alta e secca come uno scheletro, Fiona Mac Bride. Cominciò a insegnare a Bezuchov l’ubbidienza di San Timoteo. Si trattava di una serie di posizioni da mettere in pratica per vincere il rivale senza ricorrere alle armi. Pierre si ricordò a lungo la risata gracchiante e la lunga pipa d’osso della vecchia, da essa adoperate per impartire i suoi insegnamenti agli allievi.

Dall’Inghilterra Pierre tornò detentore di muscoli d’acciaio e di volontà inflessibile, un uomo che padroneggiava alla perfezione le mosse segrete del combattimento corpo a corpo, un eccellente schermitore e tiratore. Gli avevano aggiustato persino la vista, cosicché non aveva più bisogno degli occhiali. I conoscenti di una volta non lo riconoscevano per strada e ad ogni modo nemmeno lui cercava di entrare in contatto con loro. Tutte le sue azioni, al rientro a Mosca, erano subordinate a un unico scopo: ammazzare Napoleone.

Dopo aver concluso gli esercizi fisici con una corsetta sul posto, Pierre si rovesciò addosso una catinella d’acqua fredda e si asciugò meticolosamente. Poi indossò degli abiti semplici, da contadino poiché, a differenza dell’abbigliamento signorile, non impedivano prima di tutto i movimenti, in secondo luogo, permettevano di nascondere un’arma. Dopo essersi infilato dei calzoni larghi Pierre, lentamente e senza alcuno sforzo visibile, alzò la gamba destra sopra la testa puntandola contro la traversa superiore dell’architrave della porta. Poi sfiorò con la fronte il ginocchio controllando lo stiramento. Si scoprì all’istante un tatuaggio: una salamandra rossa che cingeva la caviglia, simbolo del rango più alto dell’Ubbidienza. Il conte sorrise pronunciando una frase nella lingua dei clan: Fiona usava questa espressione per esprimere la sua, rara come un disgelo in Siberia, soddisfazione.

Più tardi Pierre prese la pistola con la cassa intagliata, quella che il giorno prima aveva preparato per lui Gerasim, e la nascose sotto il camicione. Quante volte, discutendo la realizzazione del proprio intento con se stesso, aveva stabilito che l’errore più madornale dello studente nel 1809 era stato costituito dalla scelta di ammazzare Napoleone con un pugnale. La pistola era stata pulita con cura ed era pronta all’uso. Una pallottola speciale, contenente un veleno con una forte neurotossina, aveva sulla superficie un’incisione particolare: tre lettere LMN, le iniziali delle parole che componevano, in francese, la frase “La mort à Napoléon”, morte a Napoleone. Pur sicuro dell’arma da fuoco, Pierre prese comunque anche il pugnale, un aculeo triangolare forgiato in acciaio scuro e lo nascose in una tasca segreta nella manica.

Avendo cinto il caffettano con un laccio invisibilmente appesantito alle estremità, uno dei mezzi preferito dai Thug indiani, detti gli strangolatori e avendo messo sul capo un colbacco con una piccola tasca per i dischi di piombo, arma segreta dei cuenjer, sicari spagnoli, Pierre percorse con passo felpato il corridoio e sgusciò fuori sulla strada inquinata dai fumi. La freccia mortale aveva spiccato il suo volo.

Fuori regnavano la devastazione e l’abbandono. Le case avevano le finestre rotte, lungo le facciate e sul lastricato s’innalzavano cumuli di sudicio, all’angolo, sotto le mura di una piccola chiesa, giaceva per terra un cavallo morto. Il vendicatore non fece in tempo a attraversare l’isolato che all’improvviso apparvero, dalle fauci oscure di un arco, tre figure che cominciarono ad avvicinarsi al conte. A giudicare dalla maniera sfacciata della loro andatura Pierre riconobbe in loro quasi all’istante i kachezi[9], di passaggio in città, venditori di focacce e aranciata. Un attento esame di quei volti olivastri, originari del Caucaso rivelava il grado di sgradevolezza di quel distacco nevrotico che invade le persone in procinto di compiere una malvagità. Il più possente tra i montanari (quello che camminava nel mezzo) stava lentamente tirando fuori dalla cinta una mazza ferrata non molto grande. Quello che camminava a destra, stava prendendo un pugnale.

«Fermati, uomo, fermo! Dove vai? Adesso ti sgozziamo!» disse con voce grave e con la sua tipica inflessione il capobanda.

Pierre si astenne dal rispondergli, fece due passi in avanti verso il rapinatore e tese di colpo il braccio destro. Gli anelli massicci, uno ornato con la testa di Adamo e l’altro con il sigillo decorato dal profilo di Avicenna, picchiarono contro la radice del naso dell’aggressore. Si sentì un caratteristico scricchiolio: il cranio del progenitore e le labbra del guaritore si tinsero di sangue.

Dopo di che il conte eseguì in sequenza tre delle posizioni principali dell’Ubbidienza: il Profeta Matteo doma i leoni, Mosè scende dal monte Sinai e, in chiusura, per concludere la faccenda, l’apertura delle acque d’Egitto. Poi indugiò per un attimo e decise di lasciare i corpi a giacere sul lastricato, in segno di rispetto, per così dire, dello spirito del momento. Il cammino di Pierre passava per…

***

A questo punto Sagajdaš sentì che la natura richiedeva una purificazione: barcollando e urtando con le spalle i tronchi scuri dei peri, si slanciò nel crepuscolo della serata morente.

Il sensibile Tichon, che aveva fatto finta soltanto di essersi addormentato, balzò con impeto in piedi e si chinò sui fogli riempiti di scritte. Lesse, poi scosse la sua testa dai capelli arruffati, rimase a riflettere per un minuto, carezzandosi la barba e poi afferrò la penna mettendosi a tracciare le lettere con diligenza con la lingua di fuori per lo zelo.

Tichon aveva un vizio legato alla sua estrazione sociale: una convinzione profonda e in fin dei conti per niente motivata che i nobili fossero assolutamente impotenti, mentre i contadini avessero delle grandi capacità nonché un ingegno che potevano sfoggiare ovunque. Ecco perché la figura di Bezuchov, gagliardo e incapace, la sentiva particolarmente vicina. Avendo visto quale demone aveva potuto creare, partendo da un signorino ciondolone, il cosacco furioso, il maestro si era avvilito ma poi gli era venuto in mente, e a proposito, il prosatore francese Dumas con i suoi moschettieri: Tichon si fece animo. La sua immaginazione era partita.

Il cammino di Pierre passava attraverso i vicoli per la via Povarskaja e da lì in direzione dell’Arbat, verso la chiesa di San Nicola Miracoloso, presso la quale, secondo la sua bussola occulta, era predestinato ad incontrare il nemico. Questo semplice congegno, fatto con un osso di foca e un cordoncino di crini, non aveva mai tradito Pierre: gli aveva anzi prestato un aiuto inestimabile mentre giungeva di soppiatto a Mosca attraverso il paese straziato dalla guerra.

La maggior parte delle case aveva le porte e le imposte chiuse. Le vie e i vicoli erano deserti. Nell’aria c’era l’odore di cenere e di fumo. Qua e là si incontravano russi dai volti preoccupati e timorosi e francesi dall’aspetto non cittadino, ma da campo militare che camminavano in mezzo alla strada. Né gli uni né gli altri prestavano alcuna attenzione a Pierre, cosa che portò Bezuchov alla conclusione che anche la scienza di essere invisibile può essere utile. Avanzava per la strada osservando i molteplici fumi degli incendi senza prestare però particolare attenzione al fuoco. E faceva male. All’improvviso una palazzina, accanto alla quale stava passando Bezuchov, rivelò nelle finestre purpuree lingue di fuoco e in un istante si sprigionò per strada un demone infuocato. Le dita impetuose del calore si stesero sopra il lastricato, il fitto fumo nero offuscò tutto intorno. Si sentì il gemito e il crepitio: era il tetto che si stava sgretolando. La polvere si sollevò repentina mescolandosi nel turbine crepuscolare dell’incendio. I tronchi ardenti cominciarono a volare in ogni direzione. Gli uomini gridavano smarriti nel fumo. Contro Bezuchov urtò un francese dal viso ustionato, mentre cercava di acchiapparlo per un braccio. Bezuchov respinse il francese. Quello cadde con la faccia in su, e così rimase a giacere, goffamente lindo nella sua divisa bianco-blu. Pierre si sentì sbigottito. Era pronto a un incontro con un uomo ma non con la furia della natura. Da quale parte correre, dove cercare l’uscita nel buio riversatosi all’improvviso: era del tutto incomprensibile. Nel frattempo il fumo acre gli era penetrato nei polmoni e Pierre cominciò a soffocare. Da qualche parte, lì vicino, stavano crollando i pezzi del muro della palazzina in rovina. La salvezza si presentò con le sembianze del potente petto di un cavallo pezzato, attaccato a una piccola vettura. Sopra la testa del cavallo si vedevano le spalle larghe e un volto semplice butterato con dei baffi rossicci.

«Salta su, barin[10], ti faccio fare un giro!» emise un grido inaspettatamente baldanzoso il cocchiere.

Pierre balzò sul sedile senza pensarci due volte. Fece appena in tempo a aggrapparsi al mancorrente che si sentì il sibilo della frusta e il cavallo si lanciò di scatto portando la vettura fuori dall’inferno fumante verso la luce e l’aria.

«Stai scappando, barin?» si voltò verso Pierre il contadino allegro.

«No», tagliò corto il conte avendo deciso che sarebbe stato vile mentire al suo salvatore. Guardò il palmo della sua mano. Le dita tremavano un po’. Il conte aveva appena realizzato che avrebbe potuto perire stupidamente nel fumo dell’incendio senza compiere la sua predestinazione.

«Pure io non scappo», annuì affermativamente il cocchiere. «Mi chiamo Proška».

«Io sono Pëtr. Perché mi credi un signore?»

«Come si fa a sbagliare? Il viso, le mani, il modo di fare? Io sto dietro le carrozze e i cavalli fin da bambino. Siamo istruiti a distinguere i ceti». Proška si guardò attorno per poi riprendere il discorso. «Ho deciso di non lasciare Mosca. Porterò fuori la gente. Lo faccio dal mattino. Ormai saranno trenta le persone che ho portato nei pressi della città per le viuzze nascoste. Qualcuno se n’è andato per il fiume, altri per gli orti. Il francioso qui è un estraneo, non conosce tutti i sentieri. Adesso porto fuori te e poi ritorno in centro. Forse potrò aiutare qualcun’altro».

«Un contadino spavaldo che non teme l’incendio. Potrei forse aprirmi a lui?» pensò Pierre scrutando a mo’ di prova la schiena senza peccato di Proška.

«Io, Pronij, non devo essere portato fuori. Dovrei trovare Bonaparte, dalle parti di Nicola Miracoloso. Ho un messaggio da consegnargli».

«Ma guarda!» si stupì il contadinotto. «E posso sapere, con vostro permesso, che tipo di messaggio? Qualcosa forse di segreto?»

«Non è segreto», si schernì Pierre e mostrò al cocchiere la pistola.

«Ecco come stanno le cose…» corrugò la fronte Proška, ma un istante dopo il suo volto si schiarì. «Hai pensato una cosa grande e pericolosa, signore mio. Credo di poterti essere d’aiuto. In due e con la vettura sarà tutto più agevole. Ma una cosa devi promettermi: se mi ammazzano lo dovrai dire alla mia famiglia, nel villaggio di Lesnovo, quello sul fiume Kalinka nei pressi dell’eremo Semenovskij. Saprai trovare il posto?»

«Lo troverò», annuì Pierre.

«Ehi, a voi mi affido, santissimi beati! Su, muoviti, carogna!» ruggì Proška spronando la cavallina con la sua frusta con una tale forza che quella partì a velocità inaudita. «Forza, Nast’ka, si va a far fuori Bonaparte!»

Tichon lanciò uno sguardo preoccupato verso la candela. Stava per spegnersi. Si alzò e si diresse verso gli annessi per prendere una nuova scorta. Strada facendo poi aveva deciso di confiscare dalla cucina anche un paiolo di šči[11], aveva incontrato la cuoca che gli stava a cuore, Avdot’ja Nilovna ed era scomparso del tutto. Presto dal buio era uscito magro e pallido, come un fantasma,  St.-Thomas. Si era appisolato da quelle parti sulla panchina. Stuzzicandosi la punta del naso aveva letto ciò che era scritto alla luce della candela, ridotta a un mozzicone. S’infilò quei suoi occhiali tondi, ridicoli, con le lenti spesse e prese in mano la penna.

St.-Thomas, essendo un vero francese e un patriota, celava nel suo cuore una certa benevolenza per le vicende dell’imperatore. Riteneva che, pur con tutti gli errori che aveva commesso, egli fosse un uomo grande e dignitoso. Soffriva pene amare per il fatto che la Francia non avesse stipulato l’alleanza con la Russia mettendosi, invece, da sola a conquistare il mondo e così si era sfiancata, come era successo già prima agli altri. Durante i lunghi anni di lavoro con i russi St.Thomas aveva cominciato a provare indulgenza nei confronti dei barbari del Nord nonché rispetto verso la loro indole profonda e potente. Inoltre si era reso pienamente conto che proprio l’arma russa a lungo aveva difeso l’Europa dall’invasione delle orde asiatiche. Ciò nonostante, avendo capito dove stavano cercando di arrivare i suoi colleghi del triumvirato, il francese non poteva non cercare di salvare Napoleone.

«Che cosa succede, maresciallo? Cosa significa questo fumo?» Il profilo aquilino dell’imperatore accoglieva impassibile i riflessi delle fiamme moscovite. Il volto era calmo e solenne. Si era levato il cappello, stava in piedi con il bavero della mantella alzato. Il respiro glaciale del Nord non si era ancora impossessato della terra, ma i cieli ormai erano pregni di un grigiore pericoloso che annunciava il maltempo autunnale.

«Gli asiatici stanno incendiando la città. Abbiamo inviato degli uomini per intercettare i malfattori». Il volto aristocratico del re Napoleone era tranquillo, solamente gli occhi profondi neri tradivano una luce enigmatica dietro le ciglia folte.

In vicinanza sfrecciavano, con i loro canti, gli ussari. I corazzieri giganti, con i loro grossi baffi, al contrario, rallentavano il passo dei loro enormi destrieri, procedendo ordinatamente. Tutto sembrava in apparenza normale, eppure…

«C’è qualcosa che turba il mio imperatore?» Jean Corvisart, un uomo corpulento dal volto largo pletorico incorniciato dalle basette argentee, apparve silenziosamente da dietro le spalle dell’imperatore.

«Ah, dottore, percepite oggi le tensione nelle sfere sottili? Mi pare che da queste parti si diriga Messager de la mort».

«Le nostre lezioni vi sono tornate utili», sorrise Corvisart. «Dopo l’Egitto l’occhio astrale del mio imperatore vede più lontano e meglio di prima».

«Vuol dire un assassino?»

«Non un semplice assassino. Il messo dell’Alba Dorata».

«Ah, è così? E in che modo avrei indispettito i vostri amici?» Napoleone si voltò verso il medico.

«Amici? Non esageriamo!» Corvisart divenne triste.

«D’accordo, lasciamo perdere», sorrise bonariamente l’imperatore. «Non dubito di voi, Jean. Siete per me un fratello come lo è il nostro valoroso Gioacchino».

Murat, sentendo un paragone simile, fece una smorfia. Non amava gli stregoni.

«E chi sarebbe allora costui? Oppure sono più di uno?» L’imperatore lanciò uno sguardo incuriosito su Corvisart.

«Uno solo. Ma vale un centinaio. Un frutto dello sperimento vitale caduto in oblio dei nostri colleghi settentrionali. Un fanciullo, figlio del Gran Maestro della Loggia pietroburghese e della Vergine del Rito, erede di molte generazioni di guerrieri Variaghi. Sento che nelle sue vene risplende il sangue magico». Il dottore schioccò le labbra come se avesse assaggiato una ghiottoneria dolcissima.

«Ordinerò di mandare i soldati», tuonò Murat.

«Non ce n’è bisogno», l’Esculapio donò al maresciallo uno sguardo benevolo. «Invierò i miei servi. La dozzina nera saprà dominare il messo d’Albione!»

Murat provò uno sconcerto. Amava l’imperatore. Sapeva che era un uomo dignitoso e forte. Ma questo pipistrello giocondo, questa sanguisuga, Corvisart… Pareva una piaga sul corpo radioso di Bonaparte. Il suo aiuto non portava mai a dei risultati puri.

A questo punto St.-Thomas aveva ritenuto di aver fatto tutto il possibile per discolpare e, forse (Oh, Santa Vergine Maria!) per salvare Napoleone dai suoi colleghi. Ma tutto ciò era solo metà dell’opera. Che cosa ne dirà il conte Tolstoj? Il francese si alzò, preso dall’ansia, ma non fece in tempo a allontanarsi. Il crepuscolo della sera emanò un soffio di vodka fatta in casa generando Stepan Sagajdaš sorprendentemente arzillo.

«Eccoti qua! Vedo che stai scrivendo? Fammi vedere un po’», il cosacco raccattò il foglio messo da parte dal francese.  «Bene, bene. Un contadino cocchiere, un borghesuccio… Questo, a quanto pare, ha buttato giù Tichon. Mentre il Napoleone… beh… qui è tutto chiaro. Oh, la dozzina nera! Che roba è?»

«Si tratta di una leggenda. I dodici ussari neri. Dei tagliagole addestrati in modo speciale. I maestri senza pari», rispose sommessamente St.-Thomas.

«Ma tu guarda che bravo! Ci hai reso un bel servizio!» il cosacco è rimasto incantato. «Temevo che venisse fuori una noia mortale, invece eccoti una bellezza simile! Una battaglia! Adesso stracceremo questa dozzina del diavolo!» Sagajdaš dette una pacca cordiale sulla spalla del vecchio. E St.-Thomas, desolato, scomparve nel giardino dopo aver trafugato furtivamente dal tavolo la brocca con l’alcool.

***

A fiutare qualcosa di poco buono fu per primo il cavallo. Drizzò le orecchie e si mise a nitrire.

«C’è qualcosa che non va», disse a voce bassa Proška guardandosi attorno.

Pierre si concentrò in una breve meditazione per raggiungere l’astrale. Nel mondo sottile avanzava verso di loro una nube nera che si stava gonfiando, carica di musi nefasti e becchi. All’istante si percepì un gelo sepolcrale. E in un attimo si scagliarono su di loro da dietro la curva i dodici cavalieri del colore della notte novembrina, i loro visi celati dalle sciarpe. Come dodici pipistrelli si lanciarono sulla vettura.  Si libravano in aria, silenziosi e implacabili. Balenarono, letali, le sciabole. Pierre fece in tempo a notare che i cavalieri non producevano alcun riflesso né nelle finestre delle case né nelle pozze sul lastricato.

«Spronalo, forza!» emise un ruggito al contadino rimasto di stucco. «Contro di loro, scemo!»

Il superstizioso Proška nemmeno lo sentiva. Si faceva il segno della croce. In loro aiuto venne la scaltra cavalla, Nast’ka. Si slanciò in avanti con impeto. Ruppe con il suo petto la carica degli ussari neri. Pierre non perse tempo. Tirò fuori di scatto il pugnale, strappò dalla cinta il laccio strangolatore, il rhumal. I movimenti dei cavallerizzi erano disumanamente rapidi, ma il messo dei massoni era più veloce. Con un solo colpo squarciò il collo del cavallo nero e tagliò la gamba del cavaliere. Scansò il colpo di una sciabola scintillante e allacciò con il rhumal il collo del secondo cavaliere: tirò talmente forte che il nemico volò via dalla sella. Gli altri ussari non ce la fecero a raggiungere la vettura. Proška, tornato in sé, aveva ripreso il controllo delle briglie, così i fuggitivi si liberarono giungendo sull’Arbat.

Gli ussari stavano loro alle calcagna. A forza di cavalcare selvaggiamente le loro sciarpe si erano snodate e avevano così rivelato palesemente la loro appartenenza all’altro mondo. I visi pallidi e immobili, le guance incavate, le bocche cucite, gli occhi fluorescenti come i fuochi fatui della palude. Pierre era inseguito da dei cadaveri. Un altro ne avrebbe avuto terrore ma il conte se ne rallegrò. Aveva un rimedio contro i defunti. Portava sul petto un amuleto con il dente di San Giorgio che era stato sottoposto all’incantesimo per la lotta contro le forze dell’aldilà dai migliori teurghi dell’Ordine. Doveva soltanto aspettare il momento opportuno. Ed ecco che la realtà fece un sussulto, come se avesse percepito la presenza di un’essenza contraria alla vita, manifestando un miracolo. Le nubi autunnali si aprirono e una cascata di raggi di sole si presentò come uno scroscio sulla terra, si riflesse sulla cupola dorata della chiesa di San Nicola Miracoloso colpendo i cadaveri dell’esercito dei cieli con le loro lance prodigiose. Gli ussari emisero gemiti soffocati: le bocche cucite non permettevano loro di lanciare grida. Allora Pierre si strappò dal collo l’amuleto e, accompagnando l’ordigno con qualche parola in aramaico lo lanciò contro il nemico. L’effetto non si fece aspettare. Sembrava che i cavallerizzi fossero finiti sotto un colpo di cannone lanciato dalla ridotta. Rimasero in un solo istante tagliuzzati e lacerati a brandelli. I messi del medico francese si posarono sulle pietre moscovite come ammassi di cenere nera. In quello stesso istante il maestro di scienze occulte, dottore e stregone Jean Corvisart stramazzò al suolo morto. Napoleone, privato del sostegno occulto, levò la testa verso il cielo e intravide nel caos di nuvole che si era creato un segno di malaugurio: il volto imperturbabile e antico della Sfinge Egizia.

«Merde! Avrei dovuto smontare quelle piramidi del diavolo!» mandò un suono rauco Bonaparte stringendo nella tasca della mantella il medaglione con la raffigurazione della Madame de Beauharnais che non riusciva a scordare nemmeno allora.

Nel frattempo la vettura di Proška superò a gran velocità la chiesa e Pierre vide l’imperatore…

***

Finito di leggere l’opus del triumvirato di scrittori sotto la sua tutela, Lev Tolstoj era diventato pensieroso. Da un lato, era rimasto compiaciuto dalla vivacità nella narrazione, dall’energia del linguaggio e dagli sviluppi della trama, d’altro canto il conte non poteva accogliere, seduta stante, una tale interpretazione talmente libera dei fatti storici comunemente noti. Beh, quale interpretazione: senza raggiri di parole, era un travisamento spietato dei fatti.

Nel frattempo dietro le finestre della tenuta era calato un buio definitivo. Come se la notte avesse ricoperto, in un solo colpo, la veranda e il giardino. E sopra tutta questa masseria si era levata, regnante, la luna piena.

Il conte poteva distinguere facilmente il sentiero del giardino copiosamente ricoperto dalla luce argentea della luna. Lev Nikolaevič giunse presto all’albereto prediletto e, mettendovisi accanto, si mise ad ammirare come le sue foglioline, di giorno visibilmente appiccicose, sfavillavano ora di luce opaca. Ora il piccolo ciliegio gli pareva maggiormente simile al sacro Albero della cabala Sefirot. Ecco che un ramo si era slanciato in su, altri due verso i lati, sotto a loro altri due ancora…

All’improvviso l’alberello cominciò ad agitarsi con leggerezza come se un soffio di vento avesse attraversato i suoi rami e le fronde. Eppure nel giardino regnava la quiete assoluta. Da nessun’altra parte si notava un’agitazione dell’aria. Lev Nikolaevič, esterrefatto, fece un balzo indietro di scatto. Ma quanto rimase sconcertato quando vide il suo maestro di ebraico, il rabbino Minor, uscire fuori da dietro il ciliegio.

«Shalom», disse dolcemente il rabbino.

«Buona sera», rispose indeciso Lev Nikolaevič. Poi, facendosi coraggio, aggiunse: «Perdonatemi, rabbi, che cosa state facendo nel mio giardino, dietro il mio albero? Io, naturalmente, non ho nulla in contrario: siete libero di fare tutto quello che volete… Ma non so se tutto ciò si addice al vostro rango e stato… Eppure, rabbi Minor…»

«Voi non siete del tutto nel giusto, Lev Nikolaevič: prima di tutto, non sono quel rabbino Minor che avete conosciuto; inoltre, non sono apparso da dietro l’albero, ma da… come potrei chiamarlo… dall’altro mondo che cammina assieme al vostro mondo come un soldato a fianco del commilitone, passo nel passo, senza però mai incrociarsi con esso… Si tratta di un mondo che potrebbe diventare il vostro mondo a certe condizioni…»

«E quali condizioni cambiano i mondi?»

«Varie… Nel nostro caso è stata l’uccisione per mano di Pëtr Bezborodko di Napoleone Bonaparte nel settembre del 1812».

«Puaah!», emise un grugnito il conte stizzito. «Ma questo l’hanno inventato i miei imbrattafogli! Questo non c’era prima…»

«I vostri venerabili assistenti letterari non hanno inventato questo fatto assente nella vostra storia, ma hanno intravisto magicamente una delle linee probabili in grado di cambiare il mondo. Guardate qua, Lev Nikolaevič…»

E il rabbino fece un cenno verso il piccolo ciliegio che ormai aveva assunto completamente le sembianze del Sacro Albero Sefirot.

«Osservate, ecco il pignolo Tichon…»

Uno dei cerchi si accese di una luce azzurra.

«Ecco l’esteta St.-Thomas…»

Ora si accese anche il secondo cerchio, ma di una luce bluastra e violetta.

«Ed ecco l’attaccabrighe Sagajdaš».

Anche il terzo cerchio si infiammò di un rosa purpureo.

«Ed ecco dove le loro energie mentali convergono e così è nato il triumvirato mistico che è risultato capace di cambiare il corso della storia. Oppure, più esattamente, di trovare il suo punto debole. E adesso, se non sarà rimosso, accadranno brutte cose…»

«Che cosa potrebbe succedere?»

«Non potrebbe. È già così. Ma nella nostra, probabile realtà. Nel nostro mondo. In questa realtà Pëtr Bezbodordko, quello che ti è servito da prototipo per il tuo Pierre Bezuchov, uccise Napoleone a settembre del 1812. L’esercito russo non avanzò verso l’Europa, lo zar Aleksandr si limitò semplicemente a pensare che c’era altro da fare: tutte le forze rimasero concentrate sulla ricostruzione della città di Mosca bruciata. Parigi fu presa dagli inglesi. Il motto dei decabristi non ebbe luogo, in sostanza, non ci sono proprio stati i decabristi: né la Società del Nord né quella del Sud non andarono oltre i vacui discorsi su come procacciarsi una società di assoluta comune prosperità. Ryleev diventò sommessamente un ubriacone. Puškin non scrisse mai i suoi versi migliori… Ecco, poi c’è un’altra cosa: i piccoli caffè adesso non si chiamano in tutto il mondo “bistrò”, ma hanno un nome cervellotico, in onore di un ufficiale britannico che nella vostra realtà non lasciò alcun segno, ma nella nostra mostrò un coraggio straordinario durante la presa di Parigi».

E a questo punto Lev Tolstoj capì che bisognava agire…

***

Il conte Pëtr Bezborodko camminava guardingo. Sapeva che il suo volto nobile e l’abito semplice potevano destare dei sospetti. Se la pattuglia francese avesse nutrito dei dubbi riguardo a quale ceto appartenesse sarebbe stato fermato sicuramente: e scoprendo le armi l’avrebbero arrestato. Doveva nascondere il viso, procedere a passi corti, con andatura goffa.

Comunque sia… Anche se…

Pëtr aveva fermamente deciso di non arrendersi vivo e, nel caso di una minaccia, opporsi fino all’ultimo. Mentre si intrufolava per i vicoli in direzione di via Povarskaja rifletteva sulla propria missione. Capiva che non sarebbe riuscito ad avvicinare l’imperatore. Ma Pëtr sapeva anche che la sua destrezza era sufficiente: avrebbe colpito la testa del tiranno con lo sparo. Un colpo di pistola, un tiranno. Tutto come si deve, tutto per bene.

Il conte Pëtr Bezborodko lo aveva capito: sarebbe stato ammazzato sicuramente, ma il fine giustifica i mezzi. Inoltre il suo ritratto sarebbe stato appeso nella stanza segreta di tutte le scuole del mondo. In quelle stanze, in segreto da altri bambini, studiano i giovani anglo-massoni. Vengono cercati secondo i loro talenti durante la loro infanzia, poi vengono istruiti secondo dettami particolari.

Era diventato possibile solo di recente, quando molti pedagoghi erano diventati degli iniziati. Avevano un grado d’iniziazione basso ma per individuare i talenti, per impaurire le anime infantili non ancora rafforzatesi e per soggiogarle alla Grande Idea non serviva altro. La separazione dai genitori dei loro pargoli veniva messa in opera dai servizi segreti di quei paesi dove lavoravano gli anglo-massoni. Assicuravano che i ragazzi erano necessari al grande servizio, che il loro talento era indispensabile alla Patria. I genitori riluttanti venivano semplicemente uccisi.

«Bum!» si sentì lo sparo e il sassolino staccatosi dal muro colpì dolorosamente la tempia di Pëtr.

«Damn! Bloody Whoreson!» inveì ruggendo il conte Bezborodko. Si era appassionato alle parolacce inglesi nel castello dei massoni dove gli istruttori non solo perfezionavano il suo corpo ma anche lo spirito instillandogli la cultura del Grande Impero Britannico.

Bezborodko cadde in avanti, toccando la terra con le mani, si guardò attorno. Era pronto a fare un balzo e questo lo salvò. La seconda pallottola colpì esattamente in quel punto da dove era appena rotolato via. Pëtr lanciò il pugnale intaccato.

La lama entrò precisamente nella gola del corazziere francese. Ma c’era stato un secondo sparo, dunque qualcun altro si trovava in agguato.

Il conte fu salvato dall’ardore del francese. Lanciando un urlo “Meurs un autre jour!”, egli si lanciò contro Pëtr con una scure.

Un colpo al ventre fermò l’adoratore del diavolo. Nel castello britannico dicevano che tutti i francesi e i tedeschi veneravano la Bestia e il numero 666, dunque bisognava sempre controllare di averli veramente ammazzati pure quando si era convinti di averli ammazzati. Il Diavolo è sempre capace di far resuscitare un suo seguace.

Pëtr calciò più volte i corpi dei cadaveri con la punta dello stivale. Essi non resuscitavano. Il corazziere aveva la giugulare tagliata. Il fante, pure lui era trapassato: i suoi occhi vitrei fissavano i cieli.

Il conte guardò la pistola scarica, ormai era inutile. E quei francesi avevano soltanto dei fucili che non si potevano nascondere sotto il caffettano.

Tutto questo complicava l’obiettivo, ma non lo rendeva impossibile. La divisa del robusto corazziere gli stava a pennello.

Poco dopo Pëtr stava guizzando verso l’Arbat e pensava di nuovo alla sua missione.

 ***

 Il conte Lev Tolstoj amava molto sparare e sapeva anche maneggiare la sciabola e lo faceva in modo eccellente sia con la mano destra sia con la mano sinistra. Durante il suo servizio nell’esercito il conte era stato uno spericolato, era stato in grado di spaccare in due il manichino di addestramento senza fermare la corsa del cavallo. Inoltre il suo maestro, il rabbino Minor, lo aveva introdotto a qualche pratica vitale particolare, che adoperavano i fratelli iniziati sul continente.

Ad esempio, il conte sapeva recuperare le forza durante un combattimento attraverso una respirazione particolare. Conosceva un mucchio di colpi segreti in grado di freddare l’avversario all’istante oppure di renderlo inoffensivo. Lev Tolstoj intuiva ciò che il rabbino Minor desiderava da lui.

«Non se lo meritano. Sono stati loro a combinarne delle belle. Adesso tocca a loro salvare il nostro mondo».

Dopo qualche minuto i colpevoli, tutti e tre, stavano dinanzi agli occhi del conte e del rabbino.

«Io che cosa vi ho chiesto? Di concludere l’opera, di scrivere la sua parte centrale. E voi, che cosa avete combinato? Cosa? Lo sto chiedendo a voi!»

«Abbiamo scritto male, maître?», chiese il francese St.-Thomas. «Ma non possiamo mica paragonarci alle vostra capacità».

«Non solo avete scritto male, avete cambiato la nostra vita, il nostro futuro. Chi vi ha chiesto di uccidere Bonaparte?!» Poi, avendo lievemente allentato il tono, il conte Lev Tolstoj ha spiegato: «Non è, certamente, un santo. E poi… Ha rovinato un’infinità di gente. Ma voi non siete migliori».

Dopodiché il rabbino Minor, con voce posata e piana, spiegò al triumvirato che cosa aveva suscitato il malcontento del loro benefattore, il conte Lev Nikolaevič Tolstoj, e come mai loro dovevano prepararsi immediatamente per un viaggio. L’unica via d’uscita stava nel cambiare con un’azione reale ciò che loro avevano inventato invano.

«Che puttanata! È bastato raccontare qualche balla e il mondo non è più come prima. Porco cane!» si stupì il cosacco Stepan. Con un colpo sul petto rassicurò il conte che avrebbe fatto tutto quello che gli sarebbe stato richiesto.

«Ci vuole un’arma contro Pierre, tale da poterlo stendere», proferì a voce bassa Tichon. «L’abbiamo inventato davvero tosto. Ci accopperà».

«Collègue», così si rivolse il francese a Tichon, «ho qualcosa per voi. Mio nonno era figlio di un fabbro, ma venne preso di leva a forza. Il padre lo amava, ma quanto lo amava la sua mamma…»

Il francese girò gli occhi in alto e anche se non si trattava della sua mamma ma della bisnonna, pronunciò una frase che è sacramentale per tutti i francesi «Ma mère mignonne-mignonne!»

St.-Thomas continuò:

«Il padre aveva fatto per il figlio-soldato un pugnale con un marchingegno. Nella sua impugnatura c’è nascosta una pistola. E la pallottola è tale da poter stendere Pierre per terra. Solo che bisogna avvicinarlo. Soltanto una pallottola, soltanto un Pierre».

Tichon fece un fischio:

«Di Pierre faremo polpette… Questo sì che fa per me.»

«Fate presto a confabulare», disse Stepan, «mi fa pena, è un bravo ragazzo. Un vero cosacco. E come ha sistemato questo Buonpartito… Il cuore mi si strugge… Si strugge».

«La guerre est la guerre» ci mise un punto St.-Thomas.

«Ne avete inventate delle belle, imbrattafogli!», Lev Nikolaevič minacciò con il dito, «delle belle! Che cosa dite, rabbino? Ci riusciranno?»

«Non è tutto così semplice, mio caro conte. Io ho comunque un affarone da proporvi. Il fatto è che la linea temporale si è distorta e nel nostro non lontano futuro un emigrante russo di nome Kalašnikov ha inventato una pistola a tiro rapido».

Il rabbi tirò fuori qualcosa.

«È estremamente costosa, per questo è una sola. Posso dirvi una cosa. I prezzi del mercato letteralmente sono lievitati a causa del vostro Pierre. Gli inglesi, solo loro vendono i loro marchi e i loro modelli, da impazzire! Non c’è alcuna concorrenza. Come può un povero ebreo rimediarci qualcosina? Prendete, prendete questa pistola e risolvete la questione. Se fosse solo per questo. Ovunque ci sono solo gli inglesi. Persino in Russia, a quanto pare, regnerà uno di loro. Poiché il nostro caro erede al trono Konstantin Pavlovič ha sposato una principessa inglese! E questa l’ha messo alle strette. Egli le ha detto che dopo la morte di Alessandro, se continua così, lui naturalmente abdicherà al trono in favore del fratello Nikolaj, allora lei non lo fa più vivere. Adesso lui, ovviamente, non abdicherà, ma a regnare ci sarà lei. Che ne dite? E poi tutti noi serbiamo il ricordo della nostra stimatissima imperatrice Caterina. Che cosa ha fatto al suo povero marito? Desiderate lo stesso? No, naturalmente, non ho nulla contro l’imperatrice. Il secolo d’oro, me lo ricordo. Ma adesso non va per niente bene… Non sta né in cielo né in terra. Mi capite?»

Alla fine del suo monologo il rabbino Minor tese adagio la pistola.

«Preparatevi, presto. Adesso vi leggerò alcuni esorcismi segreti e vi trasferirete nell’altro mondo. Vedrete tutto con i vostri occhi».

Le armi furono distribuito come segue. Il pugnale venne affidato a Tichon, era il meno addestrato all’arte militare, ma in compenso sapeva fare benissimo a pugni. Aveva detto anche di avere a casa una mazza ferrata e che bisognava mandare qualcuno a prendere quest’arma. Al francese era toccata la pistola miracolosa a tiro rapido. Il rabbino sprecò malvolentieri qualche pallottola affinché St.-Thomas imparasse a sparare in una nuova maniera. Il governante era capace di colpire un copeco alla distanza di dieci passi, come un qualsiasi francese da giovane era un po’ un bretteur. Adesso doveva soltanto abituarsi a una nuova arma. In quanto a Stepan, partiva con una semplice sciabola da cosacco e due pistole comuni che aveva ficcato con spavalderia dietro la cinta di stoffa.

 ***

Napoleone rimaneva sconsolato: non se l’aspettava che i moscoviti e Aleksandr, da lui tanto odiato e amato allo stesso tempo, si sarebbero rifiutati di dimostrare gentilezza. Oh, russi ingrati! E lui, lui aveva desiderato da sempre occupare Mosca, questa capitale antica asiatica. E dare loro la libertà! Avrebbe semplicemente concluso un accordo di pace a condizioni migliori di quello che c’era. E poi se ne sarebbe andato. Come avevano fatto a non comprenderlo!

Dovevano inviare la delegazione e consegnargli le chiavi dalle porte della città. Queste sono le regole!

«O Fortuna, sei incostante!» proferì l’imperatore.

Ancora qualche giorno prima stava sognando di prendere anche questa capitale. Così come Vienna e Il Cairo.

O, quale sensazione! Stare in cima al colle e osservare la città che presto sarà presa. È paragonabile solo a quando guardi una ragazza ancora pura e capisci che la notte seguente sarà tua. O, quale pregustazione! Una parola grande! Il gusto della dolcezza sulle labbra…

L’imperatore aveva notato già da tempo che la città, prima della presa e dopo, possiede la stessa essenza della donna, prima del possesso e dopo: tutti gli ostacoli sono demoliti e lei è soggiogata alla forza virile, è conquistata.

E qui il maschio, portatore della sua essenza, doveva diventare lui. Ma tutto era andato storto, non era andata così come egli aveva presupposto…

Murat, il suo fedele maresciallo e amico, gli aveva fatto rapporto che Mosca era vuota. L’aveva fatto con delicatezza: parlava solo della vittoria, del fatto che Mosca apparteneva all’esercito vittorioso del grande imperatore. Ma Napoleone sapeva che la vittoria era dubbia, visto che la delegazione non c’era, mentre gli abitanti erano semplicemente fuggiti da lui, da Napoleone Liberatore! Se tutto stava così com’era, la guerra non era né vinta né persa. Aleksandr l’aveva messo in imbarazzo. Eppure bisognava entrare in città, queste erano le regole. Ordinò con un gesto al paggio di preparargli l’uniforme da parata. Nonostante tutto sarebbe entrato in questa città in tutto il suo splendore imperiale.

***

 Vicino ai giardini del principe georgiano Pëtr percepì l’odore di fumo. Sulla radura, vicino a un albero di ciliegio, stava seduta una donna con un cofano nero: stava piangendo. Accanto a lei c’era un uomo dall’aspetto scialbo che ora poggiava su un piede ora sull’altro.

Diceva con un tono di colpevolezza:

«Ora che ti prende, calmati, Tamara…»

Pëtr sapeva che finché in questa città avessero spadroneggiato i francesi il suo aiuto sarebbe servito ad ogni persona maltrattata. Lui, conte Pëtr Bezborodko, avrebbe difeso i moscoviti perché possedeva una grande forza e sarebbe stato un vero peccato dinanzi a Dio non usarla per un’opera santa. Si voltò verso la donna in lacrime e subito si imbatté in una ragazzotta bionda che stava seduta per terra e annusava stupidamente la sua treccia bruciacchiata di capelli castani chiari.

«Ah!» disse lei.

«È la tua signora che piange?» chiese il conte.

«Ah, sì. Sua figlia è rimasta laggiù».

«Dove laggiù?»

«E voi, signore, siete un russo? Lei sta bruciando nella casa».

Nel frattempo la signora, alla vista di Pëtr, si mise a lamentarsi.

«Aiutaci, brav’uomo! Non ci abbandonare!»

«Ora basta, Tamara», disse l’uomo dai capelli di stoppa. «Perché chiedere aiuto a un francese? La bambina è stata portata via da delle persone buone, credimi».

«Ero-o-o-de!» gridò la signora scoprendo i lunghi denti. «Non provi pietà per la tua stessa creatura! Te ne stai fermo come fossi impalato!» E si rivolse subito a Pëtr: «Aiutaci, brav’uomo! Là, nostra figli sta bruciando!»

«Ma la casa dov’è?» chiese il conte.

La signora realizzò allora che lo sconosciuto li poteva aiutare e gli si buttò subito ai piedi.

«Salva-a-a-to-o-re! Presto, Dunjaša, accompagnalo verso la casa!»

La ragazzotta, quella che stava annusando i capelli, balzò in piedi mostrando la sua completa prontezza, da cucciolo, per portare il conte fino al posto.

Sulla loro strada si mise una sentinella, mostrando con tutto il suo aspetto che non potevano procedere, chiese del reggimento.

Pëtr gli ruppe semplicemente il collo. La ragazzotta emise di nuovo un “ah”, ma il conte strizzò il palmo della sua mano ed ella capì, con la sua mente sensibile da contadina, che era meglio obbedirgli.

«Eccolo».

Bezborodko vide due ali: una era quasi completamente bruciata e parzialmente demolita, l’altra ardeva dall’interno ma era ancora integra da fuori.

«Dove esattamente?»

«Quella bruciata, è di sua sorella. Da qui sono passate le fiamme».

Senza dire altro il conte si precipitò a salvare la bambina. Fu investito dal forte calore. Il fuoco s’impadronì di tutta la casa. Conosceva un raro esorcismo da massoni che lo avrebbe privato delle forze magiche per mezz’ora ma lo avrebbe salvato dal fuoco. Il conte lo usò.

Per trovare la bambina dovette girare tutta la casa: ella si era arrampicata in cima. La bambina, sporca e mocciosa, strillava a squarciagola. Pëtr la prese in braccio, lei capì che l’uomo era il suo salvatore e si calmò.

In tre balzi scese e consegnò la figlia alla padrona.

«Mio Dio! Forse è un bene che i soldati francesi siano venuti qua! I russi non ne sono capaci», la madre accarezzava con tenerezza i capelli della figlia.

«Sono russo, madame», rispose il conte e la donna ne rimase impressionata.

Voleva chiedere qualcos’altro, ma lui riprese il suo cammino in quanto il suo obiettivo era ammazzare Napoleone.

Ma giungere fino al punto di destinazione non era affatto semplice. Fece soltanto un altro paio di passi quando vide una bella armena e un vecchio, probabilmente suo padre, che stavano seduti sull’erba. Accanto a loro c’erano due francesi. Uno senza stivali. Un cafone, palesemente. L’altro, con la mascella bendata, un autentico fesso. Tutto questo si leggeva dalle espressioni dei soldati. Inoltre sembravano stizziti.

Il primo colpì il vecchio ripetendo in francese:

«Redonner les bottes

Il secondo francese allungò la mano verso il collo della bellezza armena, strappò la collana, se la mise in tasca, poi si allungò per baciare la ragazza.

Pëtr lanciò il pugnale che aveva tirato fuori dalla gola della vittima precedente. Lo stesso lancio e l’obiettivo fu colpito. Il conte non amava fare qualcosa di nuovo senza necessità.

Il saccheggiatore, quello che stava picchiando il vecchio, cadde con la gola squarciata. Il secondo francese allungò la mano per prendere la pistola ma ricevette una botta sul viso con il calcio del fucile. In questo colpo Pëtr mise tutta la rabbia e l’odio nei confronti dei servi della Bestia. Il peccatore morì seduta stante.

«Non voglio ringraziamenti. Pregate semplicemente per il conte russo Pëtr Bezborodko», disse al nonno e alla ragazza armena.

Adesso capiva che il tempo che gli rimaneva era davvero poco, per questo si avviò verso l’Arbat al trotto. Ed ecco davanti a lui il vicolo Serebrjanyj, si intravedevano già le mura bianche del tempio antico di Nicola Mircoloso e una cavalcata di cavalieri e più avanti la carovana dell’imperatore di Francia, Napoleone.

Bisognava fermarsi… No, al contrario, correre. Bisognava fingere di dover comunicare all’imperatore il pericolo, l’attentato in agguato. Vestiva la divisa di un ufficiale di guardia. Erano i vecchi soldati che avevano seguito Bonaparte dall’Egitto. Lo avrebbero lasciato passare. Poi avrebbe sparato a bruciapelo. E avrebbe cercato di fuggire.

***

Pëtr sentiva che qualcosa non andava. Gli era già successo una volta. Quando era un allievo-massone gli fu rivelato un grande mistero… Ricorrendo a dei passi magici il maestro aveva compiuto un incantesimo e il corpo di Pëtr aveva cominciato a emanare una luce: percepiva una sensazione, come se la presenza di una barriera che separa l’esistenza grossolana dall’esistenza sottile fosse diventata immateriale, trasparente: aveva visto qualcosa. Qualcosa d’indistinto. Il maestro gli aveva allora spiegato che erano i mondi paralleli.

Adesso la sensazione era simile.

E subito dopo si sentì il fischio dell’acciaio. Pëtr stava per rimanere senza testa. Un uomo, un maloross[12], a giudicare dall’aspetto, dopo aver sbagliato il tiro con la sciabola, diede al conte un pugno nel viso. La luce da bianca divenne nera.

Il rabbino Minor stava borbottando qualcosa di poco chiaro. Poi si rivolse al triumvirato:

«Preparatevi. Adesso accadrà di tutto».

«Padre nostro…» cominciò a pregare Stepan.

Il terzetto capitò per le strade di una Mosca devastata. E poco avanti a loro stava camminando colui che avrebbero dovuto uccidere: Pëtr Bezborodko. Sagajdaš non lo avrebbe voluto eppure non c’era niente da fare: alzò in aria la sciabola ma il conte si scansò. Il cosacco aggiunse una botta con il pugno, poi prese le pistole.

In direzione del terzetto cominciarono a correre gli uomini della carovana di Napoleone.

«Peuplement!» I soldati avevano notato che i tre sconosciuti volevano uccidere un ufficiale di guardia e avevano deciso di dare un mano al concittadino.

Lo stesso imperatore in persona si era lievemente alzato nella sua carrozza per vedere meglio come sarebbe potuta finire la cosa. Murat dai lunghi capelli gli stava seduto accanto e si guardava attorno intimorito.

Pëtr doveva resistere esattamente tre minuti e poi sarebbe tornato in possesso delle sue facoltà straordinarie. Nel salvare la bambina dall’incendio aveva disperso troppe energie. Il cosacco si concentrò sui francesi: scaricò così sui soldati tutte e due le pistole.

Intanto Tichon si era avvicinato di soppiatto a Pëtr. Il conte non riusciva a capire che cosa volesse da lui quell’uomo fin quando lo vide tirare fuori il pugnale.

Il conte sorrise. Beh, contro un uomo di media statura con un pugnale corto ce l’avrebbe fatta anche senza poteri occulti. Tichon era ormai vicinissimo. Pëtr lo stava aspettando con tutta calma. Ad un tratto il contadino rivolse l’arma dal lato dell’impugnatura. Si sentì lo sparo.

Seguendo l’intuizione Pëtr aveva indietreggiato prima dello sparo perciò Tichon lo colpì non alla testa ma ad una spalla. Il conte venne scaraventato a terra. La clavicola era spappolata, il braccio sinistro pendeva inerte e floscio come una frusta.

I soldati francesi attaccarono il terzetto. Tichon tirò fuori dalla camicia la mazza ferrata. Sdraiato per terra Pëtr capì che aveva sottovalutato l’abilità e la forza del contadino: stava falciando i francesi uno dopo l’altro.

Nello stesso modo, efficiente come un meccanismo tedesco, lavorava con la sua sciabola Stepan. Presto i francesi indietreggiarono. La via era colma di cadaveri. I soldati circondarono il terzetto e puntarono le armi.

Allegramente rimbombò il Kalashnikov a tiro rapido nella mano di St.-Thomas.

Sette volte. E ogni volta uno dei soldati cadeva per terra. I francesi capirono che si trattava di una magia e vacillarono. Certo, erano impavidi fino alla follia, ma non potevano resistere alla magia. Cercarono di girare la carrozza con Napoleone ma egli non vedeva ciò che stava accadendo.

E gridò:

«Dove correte, vigliacchi?»

L’imperatore saltò a terra, assieme anche al suo amico Murat.

I soldati furono presi dal panico: correvano verso il posto di blocco della Tverskaja.

***

Pëtr sentì che la forza gli era tornata. Sopra di lui stava il cosacco.

«Beh, ragazzo? Non lo ammazzi più, Buonpartito? Certo, è una cosa buona ma può guastare».

Il conte si concentrò sul braccio ferito. Doveva recuperare.

«Le cartucce sono finite. Il rabbino Minor è stato davvero troppo parsimonioso. Ci ha dato esattamente sette cariche», comunicò St.-Thomas.

 

L’imperatore riteneva un obbligo d’onore: salvare il suo ufficiale di guardia.

«Vostra maestà!» gli urlò Tichon. «Andatevene! Possono uccidervi!»

Napoleone non capiva il russo, ma decise che il contadino non voleva battersi, allora lo colpì semplicemente con l’elsa sulla testa. Tichon cadde, dalla fronte sgorgava il sangue.

«Ma tu guarda questo apostata!» gridò il cosacco.

«Mon ami. Tellement nel’zč. È un imperatore!» St.-Thomas scosse la testa in segno di biasimo.

«Per me potrebbe essere anche il Papa!»

Pëtr sentì di nuovo la forza. Per prima cosa agguantò con una mano il maresciallo Murat per i capelli lunghi, con l’altra acchiappò l’imperatore.

I francesi, ambedue, non riuscivano a capire che cosa stesse succedendo. Il conte Pëtr Bezborodko li sollevò da terra, solo un secondo e li avrebbe scaraventato l’uno contro l’altro e chi si è visto, si è visto. Sentiva dentro di sé una tale forza. Sapeva di poterlo fare.

«Senti un po’… Mettili giù!» disse il cosacco Stepan. «Io ti ho generato e io ti ucciderò».

I membri del triumvirato si apprestarono a soccorrere Napoleone.

«Ora ve la faccio vedere io!» in qualche modo da lontano, come se stesse giungendo attraverso un cuscino, si sentì la voce di Lev Tolstoj. «Che vi passa per la testa? Vi state comportando da ragazzacci».

 

Dopo che il rabbino Minor aveva spedito Stepan, St.-Thomas e Tichon nel passato, il conte Lev Tolstoj aveva chiesto, spinto dalla sua innata curiosità:

«E a Pëtr, che cosa è successo? È morto o è riuscito a fuggire?»

«Era indubbiamente molto forte e molto agile ma non è riuscito a andarsene. Gli ufficiali di guardia erano dei franco-massoni, alcuni di loro li avevo addestrati proprio io stesso. L’hanno raggiunto e ucciso».

«E non si può salvare il ragazzo in qualche modo? Mi fa pena».

«Credo che il nostro terzetto lo debba far fuori, altrimenti periranno anche loro. La loro è un’intenzione troppo seria».

Lev Tolstoj amava gli uomini. E in particolar modo amava quelli nella creazione dei quali lui stesso aveva avuto un ruolo. Per questo aveva deciso di recarsi nel passato e di salvare Pëtr.

***

Pëtr sentì una stanchezza insormontabile ma anche una gran tenerezza nei confronti dell’uomo che adesso vedeva. Era come se fosse resuscitato il suo defunto padre e si fosse presentato di fronte ai suoi occhi.

Lev Tolstoj disse, senza rivolgersi a nessuno se non a Dio:

«Nella notte ho udito una voce che esigeva la denuncia degli errori del mondo. Stanotte quella voce mi ha detto che è giunto il momento di denunciare il male del mondo… Non si può indugiare e rimandare. Non c’è nulla da temere, nulla su cui riflettere: che cosa dire e in che modo? La mia arma non è la forza, ma la parola. Tu, Petruša, perché vuoi uccidere Napoleone?»

Pëtr Bezborodko si era fatto pensieroso. Infatti, perché?

Rispose poco convinto:

«Perché è l’anticristo».

«Ecco, guardalo. Non odora di zolfo, dalle sue fauci non escono fiamme».

Pëtr d’un tratto si sentiva come destato da un sonno. «Infatti…», pensava, «…un uomo comune». E da questo pensiero cominciò a farsi strada in Pëtr Bezborodko la delusione verso la massoneria.

«I fratelli ti hanno usato come volevano loro. Avresti ammazzato Napoleone, avrebbero vinto gli anglo-massoni, mentre se non lo uccidi, vinceranno i franco-massoni. Sono più vicini a noi. Anche se pure loro… Ma qui c’è poco da fare. Hanno avvolto tutto il mondo nella loro rete. Dovresti tornare a casa. Sai perché sei diventato così? Nataša non ti ama così come la ami tu. Adesso tutto cambierà. Te lo prometto».

Di fronte a Pëtr apparve l’immagine dell’amata. Era vero, per causa sua era partito per l’Inghilterra. Era fuggito per non vedere.

«Pëtr, tu vivrai a lungo. Nataša diventerà tua moglie, avrete dei figli».

«Chi siete voi?» solo questo riuscì a pronunciare Pëtr Bezbodorko.

«Il conte Lev Nikolaevič Tolstoj. Lo scoprirai dopo. Nel futuro. Adesso vai».

Così Pëtr depose a terra con cautela i semisoffocati Napoleone e Murat. E se ne andò.

«Vai, Pëtruša. E ricordati di denunciare la menzogna».

Tolstoj si voltò verso il triumvirato.

«Beh, avete combattuto a sufficienza?»

«Abbiamo combattuto», risposero Stepan e Tichon.

«Avete vinto?»

«Abbiamo vinto», rispose St.-Thomas.

«Adesso è tempo di tornare indietro. Napoleone e Murat verranno raccattati dai loro».

E in un attimo si trovavano già nel giardino di Lev Tolstoj sotto il piccolo ciliegio.

Il rabbi Minor allargò le braccia per accoglierli.

«Bene, Solomon Moiseevič, abbiamo riportato il mondo indietro?» chiese il conte.

«Quasi interamente, quasi interamente».

«Che significa quasi interamente?» si meravigliò il conte.

Il vecchio ebreo guardò Stepan, Tichon, St.-Thomas.

«Li vedo un po’ sciupati. Dovrebbero almeno lavarsi la faccia».

Lev Nikolaevič aveva capito che il rabbino desiderava confidargli un qualche segreto, e mandò via tutti.

Minor si chinò avvicinandosi all’orecchio del conte:

«Gli inglesi non fanno più il commercio da noi. Ed è una cosa buona, ve lo dico io. Anche il resto è ritornato. Non hanno preso Parigi, ma c’è una piccola differenza…»

«Quale?»

«Riguarda quella storia dei caffè… I bistrò sono tornati: a Mosca, a Parigi. Ma quelli, chissà perché, sono rimasti… Quelli che si chiamano in onore del capitano inglese. Tra l’altro nessuno lo conosce e nessuno ha mai nemmeno sentito parlare di lui, perché non ha potuto dimostrare il suo coraggio. Eppure i caffè rimangono. E li chiamano proprio così, senza sapere il perché. Le vie del Signore sono infinite. In altre parole, è venuta fuori una storpiatura…»

«E allora, come si chiamano?»

«Li chiamano McDonald’s».

«È vero, è una storpiatura, non una parola…»

Lev Tolstoj guardava stupito il rabbino. Minor faceva capire, con tutto il suo essere, di sapere ben più di quanto avesse detto. Il conte Tolstoj pensò: «Fa lo scemo. C’è poco da sapere in questa faccenda. Se sono McDonald’s allora sono McDonald’s. Per me invece è giunto il momento di denunciare la non verità e il male. Comincerò a farlo da domenica», il conte sorrise caldamente. «E il romanzo lo chiamerò proprio così: “Voskresenie[13]”. Un titolo bellissimo. Credo che piacerà agli editori e pure i lettori lo compreranno».

Eppure il rabbino Minor sapeva a che cosa stava pensando Lev Nikolaevič Tolstoj. E inoltre sapeva dove lo avrebbe portato tutto questo… ma il santo rabbino taceva.

Il futuro deve essere silenzioso.

 

[1] Bursa: denominazione scherzosa delle classi preparatorie allo studio nel seminario ecclesiastico e, per esteso, del seminario stesso [N.d.T.].

[2] Versta: unità di misura adottata nella Russia Imperiale, pari a 1.066,8 metri [N.d.T.].

[3] Samovar: bollitore in rame o in ottone per l’acqua, tradizionalmente usato in Russia per preparare il tè [N.d.T.].

[4] Kvas: bevanda tradizionale russa leggermente fermentata [N.d.T.].

[5] Il romanzo cui si fa riferimento è «Guerra e pace»: tutte le citazioni dirette, evidenziate  nel testo in corsivo,  sono tratte dall’edizione a cura di Leone Pacini Savoi e Maria Bianca Luporini, Sansoni Editori, Firenze 1961 [N.d.T.].

[6] Batjuška: appellativo vezzeggiativo con il quale i contadini si rivolgevano al padrone [N.d.T.].

[7] Izba: la tipica casa contadina nella vecchia Russia [N.d.T.].

[8] Gorilka: parola di origine ucraina usata per denominare un distillato fatto in casa [N.d.T.]

[9] I kachezi: abitanti della Cachezia, provincia storica della Georgia [N.d.T.].

[10] Barin: letteralmente significa signore. Ai tempi degli zar i contadini (mužiki) si rivolgevano in questo modo ai proprietari terrieri e ai nobili [N.d.T.].

[11] Minestra tradizionale a base di cavolo [N.d.T.].

[12] Ucraino [N.d.T.].

[13] La parola russa “voskresenie” ha due significati: 1. resurrezione 2. domenica. Lev Tolstoj scrisse il romanzo «Resurrezione» a Jasnaja Poljana tra il 1889 e il 1899 [N.d.T.].

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